“Gli uomini vogliono sempre insegnarti qualcosa”.

È una delle poche lezioni che la piccola Beth Harmon ricorda di aver ricevuto dalla madre, prima che quest’ultima si suicidasse lasciandola sola al mondo, a crescere in un tetro orfanotrofio in cui ai bambini si propinano tranquillanti come fossero caramelle. E proprio all’orfanotrofio, Beth trova il primo di questi “uomini che vogliono insegnarle qualcosa”: il burbero e taciturno signor Shaibel (Bill Camp), che le insegna le regole degli scacchi scoprendo in lei uno smisurato talento per il gioco.

Anya Taylor-Joy (Emma, The Witch) interpreta con intensità ipnotica la giovane Beth, enfant prodige della scacchiera, in lotta con la dipendenza da alcol e droghe ma determinata a superare povertà, solitudine e abbandono per farsi largo nel mondo quasi esclusivamente maschile dei tornei di scacchi negli anni ’50 e ’60.

La sua storia, tratta dal romanzo di Walter Tevis e trasformata in una serie Netflix di sette episodi dai creatori Scott Frank e Allan Scott, ha tutti gli ingredienti di un classico film sullo sport: l’epica della lotta interiore, i montaggi di allenamento, l’avversario che diventa alleato, il gioco come rivalsa sociale, l’outsider di talento che scuote un mondo conservatore, la scoperta che tu stesso sei il tuo peggior nemico.

Qualcuno potrebbe criticare la scarsa presenza femminile nel cast di La regina degli scacchi: a parte la protagonista, hanno un certo peso nel racconto solo la madre adottiva Alma, interpretata da una fantastica Marielle Heller, e l’amica d’infanzia Jolene (Moses Ingram). C’è però una ragione precisa se il mondo di Beth è popolato solo da uomini che di volta in volta si rivelano rivali, amici, mentori o amanti, quando non sono tutte e quattro le cose insieme. Uomini come Townes (Jacob Fortune-Lloyd) e Beltik (l’Harry Melling che conosciamo dalla saga di Harry Potter), i primi giocatori a soccombere in un torneo contro Beth, o come l’eccentrico Benny (Thomas Brodie-Sangster di Game of Thrones), che la spinge a superare i suoi limiti, o ancora il campione sovietico apparentemente imbattibile, Borgov (Marcin Dorocinski).

Tutti loro, per Beth, sono come livelli da superare in un videogioco il cui premio finale non è il riconoscimento come campionessa indiscussa, ma la possibilità di scoprire chi è davvero: una tossicodipendente solitaria oppure una donna forte e soddisfatta di sé.

Sullo sfondo di una messa in scena ricchissima e visivamente stupefacente, degna delle migliori produzioni Netflix come The Crown, e accompagnato dalla bellissima colonna sonora di Carlos Rafael Rivera, lo sguardo espressivo di Anya Taylor-Joy ci trascina, partita dopo partita, nella mente geniale di Beth.

Un luogo da cui non vorremo più uscire.

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