The Liberator ha avuto una storia produttiva turbolenta. In origine avrebbe dovuto essere una serie in 8 puntate per History Channel, realizzata adattando per il piccolo schermo l’omonimo libro di Alex Kershaw che racconta la vera storia dell’ufficiale americano Felix Sparks durante la Seconda Guerra Mondiale. Allora com’è che poi è approdata su Netflix sotto forma di mini-serie da soli 4 episodi? I film e le serie di guerra, si sa, costano, e per evitare che il budget lievitasse The Liberator non solo è stata dimezzata: è anche passata dal live-action all’animazione.

Il racconto è incentrato su Felix Sparks, un capitano americano di stanza in Europa tra il 1943 e il 1945, interpretato da Bradley James (Merlin, I Medici). Dall’Italia al campo di concentramento di Dachau, passando per la Francia, Sparks partecipa alla spedizione statunitense alla guida del 157° reggimento di fanteria, una compagnia composta per la maggior parte da nativi americani, americani di origine messicana e cowboy del sud. Un gruppo eterogeneo che nell’America segregata degli anni ’40 non sarebbe stato possibile, ma che sul fronte europeo supera ogni differenza.

Questo miscuglio etnico avrebbe dovuto essere il punto di forza di The Liberator, ed è proprio ciò su cui Netflix ha fatto leva nel promuovere la serie. Peccato che, di fatto, quel che si vede in The Liberator sia solo la storia, anche piuttosto stereotipata, delle eroiche imprese di Sparks.

Come un cavaliere senza macchia e senza paura, e altrettanto bidimensionale, Sparks si fa strada attraverso l’Europa seguito dai suoi uomini, ai quali però non viene dato nessuno spessore. Non sappiamo niente di loro, tranne i nomi; e gli unici che saltano all’occhio sono i fedelissimi Gomez (Josè Miguel Vasquez) e Coldfoot (il Martin Sensmeier de I Magnifici 7), grazie all’espressività degli attori. Perfino i nemici nazisti, in poche ma significative scene, sono caratterizzati meglio dei cosiddetti Thunderbirds. Questi ultimi ci appaiono come forse li vedevano le alte sfere dell’esercito statunitense: carne da cannone, a cui un ufficiale benintenzionato ha generosamente concesso l’uguaglianza di rischiare la pelle nella stessa trincea dei bianchi.

A redimere la serie sono alcune belle scene di battaglia, che dopo un inizio lento si concentrano soprattutto negli ultimi due episodi, e la scelta stilistica di animare The Liberator con un mix di live action e CGI che ricalca la tecnica del rotoscopio: il risultato è di grande impatto visivo, come se un graphic novel avesse preso vita sullo schermo. Per il resto, la mini-serie scritta da Jeb Stuart e diretta da Greg Jonkajtys forse non si farà ricordare, ma con i suoi cliché può comunque regalare qualche ora di intrattenimento senza scosse agli amanti del genere.

The Liberator è disponibile sulla piattaforma Netflix dall’11 Novembre.

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