You should have known, “avresti dovuto saperlo”. È questo il titolo del romando di Jean Hanff Korelitz da cui è stata tratta la miniserie The Undoing, sei puntate prodotte da HBO e trasmesse in Italia da Sky Atlantic. E anche noi che la guardiamo, solo vedendone il cast stellare avremmo dovuto saperlo: gli interpreti si sono mangiati la trama. D’altra parte, a che serve una trama complicata, con dei protagonisti così?

Ma facciamo un passo indietro. A firmare la sceneggiatura è David E. Kelley, già autore di Big Little Lies, il cui successo planetario The Undoing prova dichiaratamente a replicare. E con Big Little Lies ha in comune anche la protagonista. Nicole Kidman è Grace Fraser, una psicologa newyorkese che si divide tra il suo studio, la prestigiosa scuola privata frequentata dal figlioletto Henry (Noah Jupe) e il matrimonio con Jonathan, oncologo pediatrico dall’umorismo britannico interpretato da Hugh Grant. L’apparente perfezione della vita di Grace si incrina quando la madre di un compagno di scuola di suo figlio viene brutalmente assassinata e i sospetti di tutti si concentrano su Jonathan.

Può sembrare che a portare avanti la storia sia il mistero, il whodunnit, il giallo da risolvere. Ma no. A catturare lo spettatore è l’alchimia inaspettata ma innegabile tra i due protagonisti. Nicole Kidman nel ruolo di regina delle nevi newyorkese, Hugh Grant che brilla molto più in ruoli ambigui come quello di Jonathan che nei panni dell’eroe romantico anni ’90: insieme funzionano talmente bene che tutto il resto si trasforma in un fondale teatrale.

The Undoing è una Big Little Lies ridotta all’osso in cui i comprimari non hanno spazio, non c’è un messaggio sociale, le sottotrame quasi non esistono o appena provano ad alzare la testa vengono soffocate senza misericordia. E non ce ne importa niente. La nostra attenzione, mentre fissiamo ipnotizzati lo schermo, è tutta per i Fraser e il loro peculiare tipo di disfunzionalità che solo i ricchi privilegiati possono permettersi. Perfino della vittima, in fondo, ci importa poco. Perché l’assassinio messo in scena non è solo quello di Elena (Matilda De Angelis), ma quello di un matrimonio.

La fotografia e la regia di Susanne Bier (The Night Manager, Bird Box) sono estremamente curate, come ogni altra cosa: luci, costumi, ambienti, gli stessi attori, è tutto di un fascino nitido e disturbante. È proprio l’estetica a fornirci la chiave di lettura della storia, il bello superficiale che nasconde il marciume profondo. Anche i personaggi secondari sono accattivanti. Tra loro troviamo Sylvia, migliore amica di Grace interpretata da Lily Rabe; Edgar Ramirez nel ruolo del tenace detective Mendoza; il marito di Elena, Fernando (Ismael Cruz Cordoba); gli avvocati impersonati da Sofie Grabol, Douglas Hodge e Noma Dumezweni. Su tutti giganteggia Donald Sutherland nel ruolo di Franklin, l’anziano padre di Grace che alterna pugno di ferro e vulnerabilità senile.

Eppure tutti questi brillanti comprimari, con poche eccezioni, non hanno modo di rendersi memorabili. La combinazione Kidman-Grant oscura tutto il resto. Al punto che, quando arriva un finale deludente e sottotono a strapparci dall’incantesimo, non possiamo fare a meno di rimproverarci. Per quasi sei ore abbiamo tifato più per la felicità di una donna dell’alta borghesia che non per una vittima di omicidio. Avremmo dovuto saperlo che sarebbe finita così.

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