Premessa: il cartone animato Winx Club non mi piace. E non perché fossi grandicella quando è stato trasmesso per la prima volta – non sarà certo l’età a impedirmi di apprezzare un prodotto d’animazione – ma perché a dispetto del successo planetario lo considero più un modo per vendere bambole, con nuovi vestitini luccicanti a ogni nuova stagione, che come una serie con qualcosa di vero da dire ai suoi piccoli spettatori. Perciò quando Netflix ne ha annunciato una versione live action non ho temuto uno stravolgimento come invece gran parte dei fan, ma al tempo stesso non mi aspettavo nulla di buono. In parte, mi sono dovuta ricredere.

A grandi linee, la storia è sempre la stessa: l’adolescente Bloom (Abigail Cowen) scopre di essere una fata e per imparare a controllare i suoi straordinari poteri inizia a frequentare la scuola di magia di Alfea. Qui, tra nuove amicizie e primi amori, inizia a indagare sulle sue vere origini svelando un passato oscuro e pericoloso. Come ho detto la storia è la stessa, non solo del cartone creato da Iginio Straffi nel 2004, ma anche di una miriade di altre saghe young adult in cui il destino del mondo ricade nelle mani di un giovanissimo prescelto o, in questo caso, una prescelta.

Questa trama vista e rivista però, dopo il trattamento Netflix, non è poi così male. Queste nuove Winx in carne e ossa, più che alle loro controparti animate, somigliano ai protagonisti di Riverdale: si ubriacano alle feste, fanno sesso, hanno vite familiari complicate e soprattutto si fanno subito coinvolgere in un’indagine per omicidio. Il pregio maggiore di Fate – The Winx Saga è di non indugiare sui dettagli: la storia viene condensata in sole sei puntate, alla origin story di Bloom vengono dedicati giusto un paio di flashback e il passato violento di Alfea è avvolto da una nebbia impenetrabile di mezze verità e ovvietà talmente ovvie che non c’è alcun motivo, per i personaggi, di parlarne. Non avete capito cosa sta succedendo? Peggio per voi, bisogna tenere il passo perché questa serie non ha tempo da perdere. Se rallentasse il ritmo, qualcuno potrebbe accorgersi che la trama è sottile come carta velina.

Purtroppo i ritmi veloci della serie non aiutano la caratterizzazione dei personaggi. Per la maggior parte, sono figure piatte che esistono solo per interagire con Bloom, da alleati o da nemici. Anzi, paradossalmente i nemici hanno più profondità e perfino qualcosa che somiglia a una sottotrama; gli alleati, invece, giocano alle belle statuine. La compagna di stanza Aisha (Precious Mustapha), per esempio, non ha nessuno spessore: è in scena solo per preoccuparsi della sua problematica coinquilina e darle consigli che puntualmente vengono ignorati. Bloom stessa soffre della sindrome di Mary Sue, quel tipo di protagonista troppo perfetto per essere credibile…o anche solo per non risultare vagamente irritante. Per quanto riguarda il resto del quintetto di (presunte) protagoniste, le più riuscite, sia singolarmente che a livello di interazioni tra i loro personaggi, sono l’asociale Musa (Elisha Applebaum) e Terra (Eliot Salt), la chiacchierona del gruppo, mentre il tentativo di conferire una tragic backstory a Stella (Hannah Van Der Westhuysen) non sempre va in porto.

Nel complesso, Fate – The Winx Saga funziona grazie ai suoi interpreti, che sono riusciti a prendersi sul serio quanto basta per trasformare una sfilza di dialoghi inverosimili infarciti di slogan da social justice warrior, oltre ad alcune scene d’azione risibili, in qualcosa che possa trasmettere del sentimento al pubblico di adolescenti a cui si rivolge. L’amicizia femminile può essere anche più potente della magia: questo vorrebbe essere il messaggio di Fate. E quando non è soffocato dagli effetti speciali e dai drammi immotivati, non è male.

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